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Ossimori
di Gianluca Marziani

Non esiste pensiero evolutivo senza la libertà della sua piena realizzazione

Parole di poco tempo fa…
Dario Carmentano lavora sui simboli ad alto valore antropologico, su icone sacre, oggetti di culto ma anche su parole e parolacce di forte impatto socioculturale, a riprova di un’analisi minuziosa della devozione collettiva e del rito sociale, della cultura popolare e dei suoi risvolti più veritieri. L’artista guarda al valore risanato e primordiale dei simboli, al ragionamento sulle radici fonetiche e culturali di una frase, al cuore di tante icone che spesso non percepiamo nella loro integrità originaria. Per farlo usa un atteggiamento ironico e dissacrante, ribaltando le ovvietà popolari (e spesso populiste) con senso umanistico, rispetto dei modus e sintetica calibratura visiva. Gli stessi linguaggi, un mescolamento mai dogmatico di manualismi e tecnologie semplificate, confermano la forza morale di un viaggio che attraversa il tempo storico senza alcuna paura del dubbio.

DARIO CARMENTANO ovvero DC, ovvero D.C. Dopo Cristo, Dubbio Carmentano, Del Carmentano, Dopo Carmentano (Democrazia Cristiana proprio no, per favore)… sempre dopo il fatto "delittuoso", dopo l’evidenza del reale, dopo la retorica del messaggio popolare, dopo il dilemma iniziale. Un pensiero dopo una prima immagine, compiuto per ricreare il secondo livello di un’apparizione visuale che diventa opera aggressiva e trasgressiva, violenta eppure sentimentale, cruda e sanguinosa dentro la sua sintesi di emozioni e conflitti.

Gli artisti eticamente corretti non hanno paura di confrontarsi coi grandi temi collettivi. Sfidano le forme dialettiche, gli archetipi linguistici, i simulacri e le icone. Giocano con la verità (relativa) per relativizzare le risposte (creative) e rafforzare il dubbio della domanda.

Quali entità collettive scatenano il più elevato numero di interrogativi? Ovviamente S +&+ R, scritto come fosse una formula tra matematica e follia (perché di delirio ormai si tratta, le cronache parlano chiaro e i risultati parlano scuro). Sesso da una parte. Religione dall’altra. Come due poli antitetici ma adiacenti che determinano dinamiche politiche, ragioni governative, autarchie e oligarchie, incidenti diplomatici, deliri individuali…

Combinazione sociale di Sesso + Religione = esplosioni psicotiche di isterie moralistiche che aggrediscono la morale per rigirarla in pura moralità indecorosa (immaginate i soliti bigotti da populismo vespiano e capirete l’enfasi contrariata, ai limiti del comico, della frase da guerriglia dialettica militante). Adesso cambiamo toni (più normalità ma di quale tipo?) per immaginarci una cena con persone adeguate, quelle che vivono la libertà come principio definitivo (?) di una democrazia realmente evoluta (??). La nuova frase, pur cambiando modi formali, non modificherebbe un particolare: che i due argomenti si erigono al centro dell’umanità. Nel bel convivio diciamo che non aleggiano moralismi eppure, entrando nelle teste altrui, vedremmo che non sussiste indifferenza. Sesso e religione, soprattutto quando vanno in collisione, scatenano pensieri e attivismi di ogni genere, violenze verbali e colluttazioni, incidenti e accidenti, bestialità ed altro. Ma anche (e qui nasce lo sguardo dei sani, non dei normali che restano materia oscura - chi è normale, alla resa dei conti? - ma dei sani) cose bellissime ed importanti, valori universali di quell’umanità che vive i due momenti con sacralità spirituale, libertà interiore, intensità del momento, attinenza individuale. Il sesso rappesenta la libertà del corpo (con una presenza consistente della mente visionaria e desiderosa) che segue le traiettorie degli istinti. La religione rappresenta la libertà dello spirito che segue le traiettorie della ragione. Così dovrebbe essere in una società sanata che ha metabolizzato Eschilo e la storia democratica di Oreste. Così purtroppo non accade, a conferma che la Storia non sempre insegna ma spesso alimenta l’oblio nella mente debole. Sesso e religione sono due detonatori universali attorno ai quali si muovono tutte le dinamiche individuali e comunitarie. Due poli della civiltà che nelle grandi culture antiche (alcune, ovviamente) si mescolavano in maniera battesimale e rinnovatrice. Chissà che un eccesso di tecnologia non abbia abbassato il testosterone della pura bellezza?

Censura…
…impalpabile coacervo di pressioni che DC sfida a ritmo continuo, soprattutto quando usa l’intuito creativo per seguire la necessità del messaggio. Solo un percorso necessario, ricordiamolo, crea aperture definitive all’opera d’arte. La giusta via sta proprio nel legame tra la necessità individuale (l’artista che deve creare) e la sintesi efficace di un’intuizione espressiva. DC agisce su questo diaframma ipersensibile, creando opere che hanno un supporto iconografico diretto e di solido impatto, proprio perché il codice censorio si rompe con una comunicazione chiara e un sottotesto montante.

Valore antropologico
Natura umana e radici individuali sono la solida piattaforma su cui cresce il lavoro di DC. Sicuramente conta moltissimo Matera nella sua formazione visiva. Ha senso parlare di energia spirituale del luogo, di tensioni nascoste che riaffiorano di continuo, scivolando nelle arterie dei pensieri, nel sangue della formulazione, nei muscoli dell’opera finale. Crescere nei Sassi significa percepire in maniera anomala il contrasto tra antichità e progresso. Significa muoversi dentro una storia millenaria che diviene la tua abitazione, il tuo pavimento e soffitto, il tuo mondo sensoriale e intellettuale. Qualsiasi linguaggio venga prescelto, l’artista lo irrora di una particolare densità antropologica, un humus primordiale che agisce sulla crescita universale dell’icona.

Icone
DC lavora sulla rielaborazione aperta di icone ad alto volume etico. Linguaggio dopo linguaggio, conta il ribaltamento semantico che l’immagine opera sul fruitore. Analizzi l’opera e riconosci diverse forme del presente: un richiamo alla carta stampata, un altro alla televisione, altri ancora al web, alla sottocultura turistica, ai culti popolari e religiosi, alla pornografia più banale… tutto appare per esserci e divenire altro da sé.

Aura dell’opera
L’opera come catalizzatore dove l’immagine distilla il fruttuoso e complesso seme del dubbio. DC attraversa l’ovvio e il visibile sotto angoli insospettabili, segreti, unici. Ma come ogni viaggiatore verso la meta, agisce sotto il peso di spinte censorie. Deve difendersi per tutelare la realizzazione fisica di quel suo pensiero. Con un vantaggio, però, che riguarda l’omertà altrui attorno al proprio esprimersi. DC gode di quella libertà non comune, derivante dalla pellicola protettiva che avvolge l’immagine artistica. Chiamiamola aura dell’opera, un qualcosa di indefinibile che conduce alla conoscenza attraverso la sintesi. Una pellicola salvifica che svincola i temi scottanti dai percorsi giuridici (quasi sempre) e dalla morale applicabile alla cronaca prosaica (sempre). Atti sessuali, trasgressioni iconoclaste, violenza fisica, ambiguità dei comportamenti, maleducazioni varie: solo l’arte visiva permette di indagare, attraverso la purezza iconografica, il nobile e l’ignobile, la norma assurda e le assurdità normali, il noto e l’ignoto, il bellissimo e il bruttissimo. Un vantaggio sempre più prezioso, da tutelare contro qualsiasi limitazione esterna.

Contestualizzazioni aperte
Ci sono casi particolari che contestualizzano il progetto di DC. Quando, ad esempio, il tema della censura scatena una riflessione tautologica sulle barriere imposte. E qui funziona la provocazione laterale e implicita, dando un messaggio d’autore che rompe lo scopo censorio mentre simula il vincolo dentro l’opera. Pensiamo a Julia Scher che racconta il controllo sociale attraverso installazioni a circuito chiuso di taglio lynchiano. Oppure a “The File Room” di Antoni Muntadas, uno spazio kafkiano con 800 archivi metallici e otto Macintosh in rete per accedere ad una raccolta con casi di censura in ambito culturale. Due modalità esemplari che rendono la censura un tema linguistico e non più un’influenza negativa sul linguaggio.

Autolimitazioni (che non riguardano DC)
Ci sono, di contro, i casi di artisti che si autolimitano per ragioni contestuali, evitando quel radicalismo ideativo che mette un blocco al pensiero: ed ecco che il meccanismo implode, proprio perché l’opera d’arte non sopporta qualsiasi forzatura (a differenza del cinema, ad esempio, in cui la quantità di contributi e il vincolo produzione/distribuzione possono asciugare l’origine progettuale). Il cinema italiano ha perso colpi nel momento in cui gli sceneggiatori hanno assecondato il linguaggio televisivo, copiato il passato senza scarto, frenato i temi forti di una cultura generazionale. Nei film proprio l’autocensura, confinante con la mancanza di coraggio autoriale, ha fatto danni gravi. Diciamo però che la creatività in genere non sopporta la mediazione forzata. A parte pochissimi casi in cui i vincoli limitativi vengono metabolizzati dentro la dominante bulimica dell’idea. L’idea forte può allora inglobare il condizionamento esterno, talvolta diventare un balsamo stimolante. Però devi saper manipolare il meccanismo con sapienza estrema. E soprattutto, dovrà restare il tuo pensiero al centro dell’organigramma espressivo.

Genius loci (che riguarda DC)
Una censura invisibile riguarda il temibile morbo del globalismo linguistico, un “virus” creativo che influenza e indebolisce l’espressione visiva. In poche parole, vediamo un atteggiamento, prima mentale e poi formale, che include svariati artisti sotto simili modelli elaborativi ed espressivi. Un approccio comunicativo che priva così le realtà geografiche di un imprescindibile “genius loci”. L’arte onesta chiede, al contrario, solide radici; vuole il senso della propria realtà e attitudine; cerca la sintesi profonda per comunicare un’esigenza individuale dalla valenza collettiva. L’opera non parla mai la voce monotematica del narcisismo sterile, né può copiare senza passaggi in avanti. Al contempo, l’opera non può nemmeno assecondare la “maleducazione” di un pubblico impreparato al rischio. Ogni immagine artistica include il coraggio e la forza, la bellezza e l’utilità di nuove domande. Spalanca varchi attraverso minime scariche che si sedimentano dentro la memoria. La conseguente risposta vive negli occhi, altrettanto coraggiosi, del fruitore, nella disponibilità a vedere oltre l’epidermide, nel modificare la propria vita attraverso sublimazioni del vero che chiamiamo opera d’arte.

Contestualizzazioni adiacenti
Un crocifisso immerso dentro l’urina. Una Madonna sopra un tombino trafitta da un grosso tubo. Andres Serrano prima, Robert Gober dopo: per raccontare il cortocircuito tra santità e sacrilegio, tra cielo e sangue, tra spirito e carne pulsante. Due ipotesi che sono, in fondo, l’ingresso catartico della vita prosaica dentro il corpo della sacralità. Due immagini mozzafiato che parlano di censura impossibile, proprio perché la libertà vive nei circuiti della mente, nel pensiero e in ogni istinto. Sono tante le immagini estreme che scorrono nell’arte contemporanea. Alcune mozzafiato, ad esempio i freaks deformi nei barocchismi fotografici di Joel-Peter Witkin; altre sconvolgenti come l’analisi di un cadavere che avvicina la fotografia di Dino Pedriali alle perfezioni sublimi di Mantegna; altrettanto dirompenti e “classiche” le foto di Andres Serrano coi cadaveri di un obitorio newyorkese e alcuni atti di sesso estremo. Sesso e morte, comunque e sempre: a conferma che i poli della libertà si misurano tra Eros e Thanatos, dove penetrazione e scomparsa determinano l’erotismo della curiosità altrui.

Sono alcuni esempi in cui il sesso e la sessualità vengono filtrati nei processi tecnici che rispecchiano un preciso intento mentale. A conferma che l’immagine attuale chiede passaggi ulteriori e angolazioni innovative. Evoluzioni visive in cui si abbatte la censura con l’adattamento al proprio tempo, ai valori in corso e alle esigenze di una cultura contaminata. Ed è ciò che accade davanti al percorso di Dario Carmentano, al suo continuo prelievo dal reale di immagini popolari, retoriche, ai confini dell’osceno televisivo. Potrebbe bastare una puntata de "La Vita in Diretta" per raffigurarvi il bacino implicito su cui l’artista instilla un veleno demistificatorio. Un mondo volgare nella sua esibizione di falsità domestiche ed esibizionismi patetici. Un piccolissimo mondo antico per piccole ambizioni mediatiche, regno del grottesco felliniano che DC mastica e metabolizza con sarcasmo acido, ironia feroce e adeguato cinismo.

Ossimori
Dal voc. Zingarelli: "Figura retorica che consiste nel riunire in modo paradossale due termini contraddittori in una stessa espressione…"
Che DC sia già un ossimoro? Che l’arte visiva sia un gigantesco ossimoro? Che normalità e follia siano un altro ossimoro? Alle vostre incertezze tutte le certezze del caso.

Usiamo bene la nostra vista. Lasciando scorrere l’immagine lungo le infinite geografie dell’immaginazione. Alimentando la libertà di chi indaga il mondo per capire l’inizio del proprio disagio. Confrontandoci con qualsiasi nuova sfida in cui le vecchie regole trovano altre soluzioni. DC agisce in un flusso discordante che prende direzioni capillari. Denuda i corpi e la religione, indaga la morte al lavoro, stuzzica il maligno e l’assurdo, copula con la bellezza e la bruttezza, ribalta tradizioni e tradimenti... campi tematici che di solito alimentano la pressione esterna, l’ira censoria, il moralismo malato, l’infondata paura sociale. Campi della vita che conducono avanti il pensiero sano, il coraggio della crescita, l’energia della bellezza dentro al quotidiano.

Buona visione in evasione. Che la fuga sia nei vostri animi.
 
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